PROGETTO POZZI

L’acqua è vita

In Congo, l’acqua non esce dal rubinetto. O, meglio, a volte esce e a volte no. Addirittura a Kinshasa, che è la capitale, con oltre 10 milioni di abitanti stimati, l’acquedotto pubblico non raggiunge tutti. E, dove non arriva, ci si arrangia come si può. O, meglio, come si deve.


2-3 Chilometri con un bidone sulla testa

Nei villaggi del Congo, l’acqua si trova lontano dal villaggio. Spesso 2 o 3 chilometri, nelle valli tra le colline, dove nascono le sorgenti. Non è l’acqua del rubinetto, è l’acqua che affiora dalla roccia o che emerge dalla terra. Bisogna raccoglierla in un bidone, e poi riportarla a casa.

Come si trasporta? Sulla testa. Sulle spalle. Così fanno le donne. Ogni giorno. Con qualsiasi tempo. Prima di cucinare, prima di lavare, prima di qualsiasi altra cosa.


Tre pozzi, tre storie

Tutto è partito da una signora di Roma che conosceva la situazione in Africa e voleva fare qualcosa di concreto. Ha offerto a Don Eustachio 10.000 euro con una sola richiesta: aiutare qualche comunità ad avere accesso all’acqua.

Don Eustachio sapeva bene dove andare. Ma c’era un problema: nei posti con più bisogno non ci sono strade, e senza strade i macchinari per trivellare non possono arrivare. Bisognava trovare luoghi raggiungibili. E così è nato il piano.

il primo pozzo a kinshasa

Il primo pozzo fu realizzato in un quartiere periferico di Kinshasa: è la capitale, sì, ma l’acqua manca lo stesso anche lì. La tecnica usata è quella della trivellazione a 50-80 metri di profondità, fino alla roccia che nasconde l’acqua potabile. Ogni metro di trivellazione costa 7-8 dollari e più si va in fondo più si paga.

Con 5.000 euro il primo pozzo fu completato. Ma non bastava trivellare, serviva anche una pompa elettrica per far uscire l’acqua, un generatore perché il quartiere era senza luce, una cisterna per raccoglierla. Tutto pensato, tutto realizzato.

Il primo pozzo ha però un limite: l’acqua che esce a volte è colorata. La tecnica usata non era ancora quella più avanzata, e i macchinari non riuscivano ad andare abbastanza in profondità. Don Eustachio non è soddisfatto e sta già pensando a come sistemarlo. Ma anche quell’acqua non perfetta, la gente la usa. Per lavarsi, per il giardino, per la costruzione. Perché l’alternativa è non averla.

Il secondo pozzo a Lubumbashi

Con i 5.000 euro rimasti, Don Eustachio pensò a un luogo speciale: il gruppo di preghiera fondato da suo zio sacerdote, Don Pio, oggi scomparso, a Lubumbashi, nel centro-sud del Congo. Ogni giorno decine di persone, bambini compresi, si riuniscono all’aperto per pregare sotto un sole fortissimo. E, dopo la preghiera, non erano sicuri di trovare l’acqua per dissetarsi.

Il secondo pozzo fu realizzato lì. Funziona meravigliosamente, l’acqua è buona, pulita, sempre disponibile.

Il terzo pozzo per la mamma

Quando la signora vide i risultati, fu così colpita che aggiunse altri 5.000 euro, questa volta in memoria della suocera. Don Eustachio sapeva già dove metterli: a Kasumbalesa, dove viveva sua madre.

La mamma di Don Eustachio, scomparsa il 14 marzo 2024, negli ultimi anni era allettata, non poteva camminare, non poteva muoversi. Le sorelle di don Eustachio si prendevano cura di lei. Per lavarla, per darle da bere, per qualsiasi cosa serviva l’acqua. E l’unico rubinetto del quartiere era a 2-3 chilometri.

Con il terzo pozzo, l’acqua arrivò a 5 metri da casa.“Averla a 5 metri è un miracolo”, dice Don Eustachio. Un miracolo per sua madre. Un miracolo per le sue sorelle. E un miracolo per tutto il quartiere, perché il pozzo non serve solo una famiglia, serve tutti.

“Non saprete mai valutare il bene che è stato realizzato con questi pozzi. Sono tanti che sognano di avere accesso all’acqua pulita, ma non hanno sempre i mezzi per farlo.”
— Don Eustachio Ntambwe Makoyo


Le fontane nei villaggi senza strade

Non tutti i luoghi sono raggiungibili dai macchinari. Nei villaggi senza strade, dove il bisogno è più grande, non si può trivellare. Ma si può fare qualcos’altro: sistemare le sorgenti naturali, creare fontane accessibili, rendere sicuro e comodo il punto di raccolta dell’acqua.

Grazie alla generosità della famiglia di Alessandro, che per due volte ha offerto 1.000 euro, a Ntala è stata già sistemata una prima sorgente, che funziona benissimo. Una seconda è in corso di sistemazione: l’acqua esce già bene, ma i lavori non sono ancora completati. Don Eustachio ci tornerà di persona per finire il lavoro.


Kinshasa Senza Acqua: Un Paradosso Impossibile

Kinshasa ha oltre 10 milioni di abitanti, ma dal 1984 non viene effettuato un censimento, quindi nessuno sa con certezza quanti siano davvero. L’acquedotto pubblico esiste, ma non raggiunge tutti. E quando c’è un guasto, un tubo rotto, un problema strutturale, interi quartieri restano senz’acqua per mesi.

Cosa fanno? Chi ha la macchina va a riempire i bidoni nel quartiere più vicino. Chi non ce l’ha cammina. Con i bidoni sulla testa. Nella capitale di uno Stato con 100 milioni di abitanti.

Quando il generatore del primo pozzo si è rotto, Don Eustachio era lì. Ogni 10-20 minuti qualcuno arrivava sperando di trovare acqua e ripartiva a mani vuote. “Vorrei un giorno portare qualcuno a vedere”, dice, “per scoprire che anche quell’acqua colorata, la gente la vuole lo stesso.”


Tre Pozzi. Cinque Fontane. E Ancora Tanto da Fare

Ad oggi sono stati realizzati tre pozzi (a Kinshasa, a Lubumbashi e a Kasumbalesa) e si sta lavorando a due fontane nei villaggi senza strade. I due pozzi più recenti funzionano perfettamente. Il primo ha bisogno di miglioramenti, e ci si lavorerà.

Ma i bisogni sono ancora enormi. L’acqua in Congo non è un lusso. È sopravvivenza.